LILIANA SEGRE, UNA VOCE DA SCOLPIRE NEL CUORE

Aggiornamento: 22 feb 2021


“Forse era il mio destino. Forse dovevo salvarmi per essere qui a trasmettere questo monito verso la vita, contro l’odio, contro i razzismi, contro tutto quello che oggi sembra ripresentarsi: non bisogna lasciare che passi, guai a farli sentire più forti”.

Questa una delle emblematiche frasi della senatrice Liliana Segre, testimone tra le più lucide della Shoah, che ha dedicato tutta la sua esistenza matura al compito di comunicare a ciascuno, soprattutto ai giovani, l’orrore nazista e quanto serva lavorare in continuo affinché non riaffiori.

E “Scolpitelo nel vostro cuore”, a cura di Daniela Palumbo, uno dei libri più belli che abbia scritto, è, già nel titolo, un ammonimento.

Perché dobbiamo imparare, stare attenti e non dimenticare.

Un’attenzione alla verità, alla giustizia, al senso dell’uguaglianza e al valore di ogni uomo, che oggi i poteri forti riescono ad attenuare. Ma non in lei e in chi è come lei.

Una testimone diretta, colpita nel profondo, ma anche una donna energica, determinata, capace, anche di reagire alle indecenti accuse di cui è stata vittima da quando è senatrice. Accuse che hanno fatto indignare il mondo intero e che la hanno trovata indomita, puntuale nella reazione, anche se addolorata.

Lei, che di queste ingiustizie fu vittima quando era bambina e dovette conoscere l’ignominia del lager.

Allora sì che era diversa, fragile, impreparata alla violenza nazista, così come si è impreparati davanti al genocidio, per la sua vastità, per la sua incredibile sottrazione alla dignità umana.

Conobbe quindi tutto ciò che sta tra la partenza dal Binario 21, (dopo la reclusione a Milano, nel carcere di San Vittore, dove solo i detenuti ebbero parole di pietà, per questi innocenti inviati al macello) e l’approdo ad Auschwitz nel 1944, la perdita dell’amatissimo padre, la perdita poi della stessa innocenza, dopo soli pochi giorni in quell’inferno.

E poi, nel libro, la descrizione dell’inferno, nitida, con la dignità data da chi non può che vergognarsi di ciò che accadde, di ciò che persone innocenti subirono senza potersi difendere: nel suo stile, calmo, senza sbavature, fotografico, apparentemente distaccato ma profondissimo, perché il baratro fu profondo e lei lo conobbe.

Contrariamente a molti, come sappiamo, milioni di vite annientate dalla violenza senza senso che fa della morte il suo obiettivo, lei ebbe la fortuna di ritornare. Dopo la malattia, dopo le privazioni, dopo la disperazione, ebbe la fortuna di tornare.

Ma non parlò, non poteva. Ciò che avrebbe voluto dire era chiuso in fondo al cuore.

Da quell’estate del ’45, quando rivide la sua Milano, dovettero passare tanti anni prima che sentisse dentro la possibilità di fare ciò che poi fece. Diventare una voce vivente, forte, alta, una forza che non si spegne e trasmette un contenuto grande, quello della verità.

Così nasce il suo lungo percorso di testimonianza, nelle scuole, negli incontri, nei libri, negli interventi pubblici di ogni tipo, cui nel tempo hanno partecipato migliaia di persone.

Fino all’ultimo, quello alla Cittadella della Pace di Rondine, in provincia di Arezzo, il 9 ottobre del 2020, anticipato da quello, bellissimo, all’Unione Europea, nel febbraio dello scorso anno.

Un lungo cammino, in cui ha realizzato il suo obiettivo, quello di raggiungere più cuori che le fosse possibile, per scolpire dentro di loro il suo messaggio contro l’odio.

“Se sono qui, a raccontare questa lunga storia, è per i ragazzi. Solo per loro. E vorrei vedervi uno ad uno, lettori giovani, vorrei guardare i vostri occhi, che sono così importanti. Sconfessate la menzogna. Diventate Candele della Memoria”.

L’edizione Mondadori del libro offre poi una serie di approfondimenti storici con immagini anche personali dell’autrice, che completano questo bel volume.

Del testo esiste anche un’altra edizione, di Piemme, con una interessante introduzione della bravissima Daniela Palumbo, che ha lavorato spesso insieme a Liliana Segre, come nel libro “Fino a quando la mia stella brillerà”, sempre di Piemme, del 2015.



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